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ASPETTI PSICOLOGICI DELL'INSERIMENTO IN LISTA D'ATTESA DI TRAPIANTO CARDIACO

Il trapianto è un’efficace terapia per alcune gravi malattie impossibili da curare e può fornire una durata ed una qualità di vita che nessun altro trattamento è in grado di garantire. L’organo cuore però ha una doppia valenza infatti accanto al cuore reale, muscolo e pompa, noi abbiamo anche a che fare con un cuore simbolico dove collochiamo l’amore, i sentimenti e la passione. Il cuore rimane così nel senso comune come la fonte di vita e sentimento. Nel nostro linguaggio ritornano frasi come: “ti amo con tutto il cuore”, “mi hai spezzato il cuore”, “amico del cuore”. Una delle domande inconsce più diffuse nei pazienti in attesa di trapianto è la paura di assorbire i sentimenti del donatore e di subire sensazioni diverse dalle proprie. Al cuore è attribuita la vita. Trapianti di altri organi, pur mostrando importanti risvolti psicologici, non appaiono così carichi di aspetti emotivi come i trapianti di cuore. Tanto più forte è percepito il rapporto cuore vita, tanto più rilevanti saranno gli aspetti psicologici legati all’attesa del trapianto. Nel caso del cuore malato si impone con forza non solo il rapporto cuore - vita ma di primaria importanza diventa il rapporto cuore - vita – morte. La gestione dei pazienti è complessa, non solo da un punto di vista clinico ma anche da un punto di vista psicologico. Spesso il paziente può presentare problematiche di elaborazione e di accettazione dell’evento trapianto e della figura del donatore; manifestare reazioni ansiogene e/o depressive soprattutto in conseguenza di attese prolungate o falsi allarmi. Il periodo dell’attesa per il paziente scompensato in lista attiva per trapianto cardiaco è una condizione di stress in grado di incidere negativamente sulle risorse psicologiche di cui dispone in ambito: • cognitivo: in relazione alla conoscenza della malattia e dei sintomi, alla capacità di Coping e alle aspettative • emozionale: problematiche relative alle aree affettiva, sociale, occupazionale quali: 1. reazioni ansioso-depressive che interferiscono nel rapporto medico-paziente, nella routine ospedaliera o nella gestione del reinserimento familiare dopo le dimissioni 2. paure sanitarie specifiche che rendono problematici gli esami e/o gli interventi terapeutici invasivi 3. elevati livelli di ansia che amplificano la percezione della sintomatologia 4. problematiche depressive che inibiscono un comportamento costruttivo. • sociale e familiare: anche per la famiglia del paziente scompensato, è necessario un intervento psicologico mirato a fornire un supporto per affrontare i momenti più critici del decorso clinico, ridurre e/o limitare gli atteggiamenti di eccessivo protezionismo, riconoscere ed accettare razionalmente le limitazioni funzionali impedendo atteggiamenti di sotto/sovrastima da parte dei familiari e ristrutturare, senza conflitti, nuovi ruoli nell’ambito famigliare Dall’analisi di tutti questi fattori si evince come l’intervento psicologico non possa prescindere da finalita’ terapeutiche specifiche, diversificate da paziente a paziente e dal momento clinico che sta affrontando. Dall’ analisi della letteratura e della pratica clinica quotidiana, lo scompenso cronico avanzato ed il trapianto cardiaco, sono condizioni che necessitano non solo di assistenza medica avanzata ma anche di un forte supporto psicologico. L’assistenza psicologica deve tenere conto di alcune reazioni “ COMUNI “ ma soprattutto deve considerare che ogni individuo è “ UNICO “ e come tale necessita di un approccio personalizzato. Come intervenire sui fattori psicologici La psicologa può aiutare il paziente a: • Esplorare i propri problemi e far emergere le aree di maggiore criticità relative al disagio psicologico, nonché i significati connessi alla sua esperienza, al fine di accoglierli e contenerli all’interno del colloquio. • Migliorare la gestione emotiva e comportamentale del disagio psicologico, tenendo conto della sua correlazione con la patologia cardiovascolare e l’ospedalizzazione. Infatti l’esperienza di malattia associata al ricovero rappresenta una circostanza considerata ad alto impatto stressogeno e può essere accompagnata da stati di turbamento emotivo dovuti anche all’allontanamento dall’ambiente familiare ed alla situazione sanitaria di per sé. La psicologa può aiutare i familiari a: • Sentirsi considerati come parte attiva nell’iter di cura e di sofferenza del proprio familiare, soprattutto in riferimento al profondo coinvolgimento in un’esperienza significativa e spesso difficile da affrontare; • Esprimere e condividere il significato dell’esperienza soggettiva di sofferenza e di “sospensione” dal normale fluire della loro quotidianità.

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