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CHI È E COSA FA LO PSICOLOGO SPECIALIZZATO IN PERIZIA E CONSULENZA TECNICA IN AMBITO FORENSE

  Lo psicologo forense è uno specialista, che interviene nell'ambito dei procedimenti giudiziari, civili o penali, per esprimere un parere tecnico su incarico del Giudice, del Pubblico Ministero o di una parte processuale, rappresentata dall'Avvocato. La sua attività professionale è finalizzata alla identificazione delle condizioni cliniche della persona interessata dal procedimento giudiziario, alla comparazione tra le stesse e le fattispecie giuridiche sulle quali si basa il procedimento, e quindi alla emissione di un parere tecnico motivato, che confluisce negli atti processuali e può contribuire al giudizio che sarà emesso.  Nel corso degli ultimi anni questa professione ha registrato modifiche fondamentali, sia nell'ambito degli accertamenti disposti dai Magistrati, sia negli incarichi “di parte”.Le perizie disposte dalla Magistratura (dette “d'Ufficio”) hanno infatti registrato notevoli innovazioni nei metodi e nei criteri e richiedono una sempre maggiore competenza normativa, procedurale e clinico – progettuale, con un'attenzione prioritaria ad aree che, come quelle della tutela della privacy, della documentazione del lavoro svolto, e del confronto dibattimentale, prima erano secondarie se non inesistenti, e con una crescente funzione di “brokeraggio” tra le diverse risorse giudiziarie, trattamentali e socio – assistenziali disponibili, per fornire un parere sempre più adeguato in rapporto alla condizione clinica del periziando ed alla fattispecie giuridica che lo interessa.  L'attività “di parte”, esperita collaborando con gli Avvocati, ha seguito la tumultuosa evoluzione propria della professione forense, divenendo in sintesi molto più “americana” di una volta, e quindi identificandosi nella erogazione di servizi tecnico - specialistici in ambito giudiziale e stra – giudiziale, piuttosto che nella tradizionale, e spesso verticistica, immagine del rapporto tra professionista e cliente. Oggi, infatti, esiste un mercato professionale nel quale il consulente di parte risponde non solo alla generale regola della affidabilità e della competenza, ma anche a quelle del “rapporto qualità – prezzo”, della competitività nella erogazione di un servizio qualificato, e soprattutto della capacità di lavorare in squadra, comprendendo le esigenze dell'Avvocato e della parte e cooperando per il raggiungimento del risultato processuale, ovviamente nei limiti, sempre più cogenti, della deontologia professionale e del rispetto delle regole normative, procedurali, di privacy ed etiche.  Tutto questo richiede un know how specifico, come l'integrazione tra la cultura giuridica e medico – psicologica (molto differenti tra loro), l'analisi del contesto peritale specifico, la partecipazione diretta alla gestione strategica e tattica del caso e l'ottimizzazione delle risorse disponibili, in una logica che, ormai, non ha quasi più nulla in comune con la tradizionale assistenza peritale “di parte”, magari attivata in modo limitato o tardivo, se non distratto, rispetto alle esigenze del caso, e comunque attuata al di fuori di una pianificazione strategica e tattica della attività da svolgere.  Altrettanto importante è l'attività di formazione, che il professionista con esperienza si trova chiamato ad offrire non solo e non tanto nelle occasioni formative strutturate, quanto nella pluri – quotidiana richiesta di consiglio e supervisione da parte di giovani professionisti i quali, al termine del loro iter formativo, spesso scoprono di disporre di una competenza teorica già obsoleta ancor prima di essere applicata, con nozioni accademiche spesso inefficaci, se non controproducenti, nella quotidiana attività peritale che si accingono ad affrontare.  Infine, sempre più spesso lo psicologo forense viene chiamato ad intervenire al di fuori del procedimento giudiziario, per accertamenti diagnostici preliminari, finalizzati alla valutazione dei requisiti clinici necessari per invocare una determinata fattispecie giuridica, o per svolgere perizie concordate tra le parti ed arbitrati, anche nel contesto di soluzioni mediatorie e conciliative esperite in via stragiudiziale, che costituiscono una del tutto nuova frontiera rispetto alla tradizionale attività peritale.  Si tratta quindi di una attività complessa ed in costante evoluzione, necessariamente esperita del tutto al di fuori dei clamori mediatici, ma che, proprio a causa della frequente grossolanità con cui si trattano oggi le questioni criminologiche, criminalistiche e “psico – forensi”, è spesso interessata da aspettative e da richieste del tutto esulanti dalle competenze, se non dalla stessa deontologia, dello psicologo forense professionista.                   IL RUOLO DEL CONSULENTE TECNICO DI PARTE (CTP) Giuridicamente il consulente tecnico di parte svolge la funzione di assistere il consulente del Giudice in un accertamento peritale, rappresentando la parte che lo incarica, come l'Avvocato la rappresenta innanzi al Giudice. Il CTP partecipa alle operazioni peritali svolte dal perito nominato dal Giudice (Consulente Tecnico d'Ufficio, o CTU), propone accertamenti, verifica la metodologia seguita e propone proprie osservazioni diagnostico – valutative, in sede preliminare o di replica all'elaborato conclusivo. In sintesi, il CTP contribuisce a verificare e garantire la correttezza metodologica del lavoro del CTU ed a far comprendere alla persona interessata (detta anche “periziando”) il contesto in cui si trova e ciò che può essere utile per il superamento delle difficoltà che sta sperimentando.  Il ruolo di CTP, spesso sottovalutato, è di fondamentale importanza. Egli ha il compito di assistere il proprio cliente in tutte le fasi della Consulenza e di svolgere una funzione da “filtro”, facilitando la comunicazione tra il CTU e il periziando. “Essere di parte” per il CTP implica la responsabilità di aiutare e supportare il cliente durante la CTU, anche spiegandogli il significato delle varie fasi della consulenza, gli scenari prefigurabili al suo esito e, soprattutto, le conseguenze dannose di eventuali comportamenti lesivi assunti. È altresì compito/dovere del CTP confrontarsi con il CTU e con il collega di controparte al fine di condividere problematiche e suggerire soluzioni alternative.   DURATA DI UNA PERIZIA Indipendentemente dalla tipologia di accertamento, se si tratta di una perizia disposta dal Giudice (detta anche perizia d'ufficio o consulenza tecnica d'Ufficio, CTU) vi sarà comunque la indicazione di un perito, seguita da un'udienza in cui lo stesso assume l'incarico, presta l'impegno di rito e stabilisce l'inizio delle operazioni peritali. A seconda dell'indagine da svolgere, solitamente la perizia può durare dai 5 ai 90 giorni in ambito penale, mentre può avere una durata più lunga in ambito civile e soprattutto minorile. Successivamente viene stabilita l'udienza di discussione della perizia, alla quale in alcuni casi è direttamente prevista la convocazione del perito.  La consulenza tecnica di parte, o CTP, può consistere in un incarico conferito dall'Avvocato e dalla parte prima o dopo una CTU, o in un incarico da svolgere quale consulente tecnico all'interno di una CTU, in collaborazione con il consulente del Giudice. La durata della consulenza di parte attuata in corso di CTU è analoga a quella della CTU stessa, anche se vi possono essere successive esigenze di replica o di partecipazione ad udienza dibattimentale.  NOMINARE UN CTP NON È OBBLIGATORIO MA CONSIGLIABILE Non c'è nessun obbligo di nominare un consulente tecnico di parte. Si tratta di una facoltà concessa dalla Legge perché, così come il Giudice nomina un proprio consulente in quanto non dispone delle cognizioni tecniche necessarie per l'accertamento psichiatrico, l'Avvocato e lo stesso interessato non hanno la competenza scientifica per valutare la metodologia e le diagnosi poste dal CTU, quindi hanno bisogno di un loro rappresentante tecnico all'interno della perizia. Si tratta pertanto di una garanzia per la parte, anche in considerazione del fatto che, una volta depositata la relazione conclusiva della CTU, se non vi sono grossolani errori procedurali e metodologici è difficile che la stessa non venga presa in considerazione dal Giudice. Replicare tardivamente ad una CTU già depositata, se la stessa ha esito negativo per la parte, è pertanto di solito scarsamente utile.  Il CTP rappresenta una garanzia aggiuntiva per la parte interessata, ed i costi del suo intervento professionale sono a carico della parte stessa. Si tratta di un onorario autonomo e differente rispetto a quello dell'Avvocato.   COSTO DI UNA PERIZIA Gli onorari del CTU sono liquidati dal Giudice in base a precise norme e tabelle, sia quando sono a carico dell'Erario, sia quando sono posti a carico delle parti interessate. La CTP, pagata direttamente dalla parte che richiede la stessa, varia nei costi a seconda della tipologia di accertamento, del numero di sedute e/o udienze che lo stesso possa richiedere, della quota di urgenza, della sua sede rispetto a quella in cui ha lo studio il CTP (e quindi dei tempi e costi di viaggio), e così via. Vi sono accertamenti che può essere per il cliente conveniente pagare a costo orario, in base alle tariffe medico – specialistiche vigenti, ed accertamenti di lunga durata e ad elevato impegno, per i quali può essere conveniente stabilire una cifra forfettaria, comprensiva delle spese. Oggi, comunque, è abbastanza abituale che il CTP indichi al cliente un preventivo di minima e di massima, tenendo conto della prevedibile attività da svolgere.  E' importante, al proposito, che il Cliente abbia chiaro il concetto per il quale, con l'incarico professionale, “noleggia” il tempo, oltre che la formazione e la competenza, del professionista.  In molti casi, soprattutto nelle consulenze di separazione ed affidamento della prole, Avvocato e CTP impiegano infatti più tempo per far capire al Cliente le “regole del gioco” e ciò che deve fare nel suo stesso interesse ed in quello dei minori, oppure per evitare che lo stesso affermi le proprie soggettive ragioni in modo per lui controproducente, che per svolgere la propria funzione verso la controparte; ciò, ovviamente, incrementa i costi, poiché, se per ogni colloquio peritale occorre svolgere tre incontri CTP – Cliente, scrivere dieci lettere di puntualizzazione, e fare una o più riunioni con l'Avvocato, tale attività dovrà poi essere retribuita. I costi, infine, possono essere incrementati anche dalle modalità di svolgimento della CTU: vi sono infatti consulenti d'Ufficio che stabiliscono le sedute al sabato, o perfino alla domenica, o con orari particolarmente disagevoli, ed anche tali disagi ed il lavorare in periodo festivo possono incrementare il costo orario del professionista.  LE FATTURE DEL CTP NON SONO DETRAIBILI L'attività psichiatrico – forense, essendo di natura medico – legale, è gravata dall'IVA al 22% e non è detraibile ai fini fiscali. Se si tratta invece di accertamenti solamente diagnostici, anche con stesura di certificato, rientriamo nella attività medico – diagnostica “pura” quindi le fatture sono libere da IVA e detraibili, nei termini e limiti previsti dalla normativa vigente, come ogni altra attività psicologico-sanitaria.  IL CTP NON DEVE/PUÒ FARE QUELLO CHE VUOLE IL CLIENTE Il CTP è un professionista, quindi è innanzitutto vincolato dalle regole etiche e deontologiche della propria normativa ordinistica, oltre che dalle regole giuridiche e procedurali vigenti. Inoltre, se ritiene che il cliente voglia perseguire obiettivi non realizzabili, non condivisibili, o addirittura tali da comportare una valutazione negativa per il cliente stesso, deve esprimere al cliente quanto ritiene sia giusto e migliore nell'interesse dello stesso, poi, se vi è disaccordo, può dismettere il mandato. Nelle perizie in cui siano coinvolti minori, il suo mandato etico e deontologico è inoltre quello di identificare come “clienti prioritari” i minori stessi, i cui diritti e bisogni sono, appunto, prioritari rispetto a quelli degli adulti.  IL CTP DEVE ESSERE PRESENTE A TUTTE LE SEDUTE PERITALI Normalmente il CTP presenzia alle sedute peritali, alle quali viene regolarmente convocato dal CTU. Per prassi e per esigenze metodologiche, i CTP non partecipano alle sessioni di somministrazione dei test psicodiagnostici e, in ambito minorile, di solito non partecipano fisicamente all'esame di minori in tenera età, per non esporre gli stessi al contatto con più adulti sconosciuti (in tal caso, solitamente si impiega una stanza con vetro unidirezionale o TV a circuito chiuso, o si registrano le sedute e si dà copia dei video ai CTP). Ciò premesso, la presenza – o meno - del CTP alle sedute può essere oggetto di preliminare accordo tra lo stesso e la parte, anche a seconda della tipologia di accertamento e del contesto specifico.  IL CTP NON PUÒ PREPARARE IL CLIENTE PER I TEST MENTALI NÈ INSEGNARGLI COSA DIRE AL CTU Ci si sente spesso porre questa domanda, che riceve risposta sempre negativa. Innanzitutto, cercare di alterare i dati di una perizia rappresenta un grave illecito deontologico, se non assume profili ancor più rilevanti, quindi non deve essere fatto. Secondariamente, si deve ricordare che un CTU esperto riconosce in pochi istanti risposte “costruite” ad un test mentale, o un tentativo di simulazione da parte del periziando, deducendone le valutazioni del caso, ovviamente negative per quella parte. Rientra invece nei compiti del CTP la chiarificazione al cliente di cosa sia il contesto peritale e di quali siano le “regole del gioco” dello stesso (ad esempio il fatto che si tratta di un ambito valutativo e non terapeutico, e così via); il CTP può inoltre aiutare il Cliente ad acquisire migliore consapevolezza rispetto alla vicenda che lo interessa ed aiutarlo ad esprimersi in modo più efficace. 

Come aiutare chi non vuole essere aiutato

 

 

Spesso mi arrivano richieste di aiuto per conto terzi: fidanzati, parenti o amici affettuosi e attenti che desiderano supportare e dare una mano ad un proprio caro che soffre di un qualche disagio psicologico o di un conclamato disturbo ma che rifiuta di riconoscerlo.

Le problematiche che portano sono le più diverse :

  • -          Depressione
  • -          Disturbi alimentari
  • -          Difficoltà relazionali/familiari
  • -          Isolamento sociale
  • -          Scarsa autostima,…

Chi richiede aiuto per altri è spesso preoccupato ed esasperato. Dopo vari tentativi fallimentari in cui ha provato a far ragionare il proprio caro, a fargli ammettere l’esistenza di un problema e a convincerlo di rivolgersi ad un esperto, spesso non sa concretamente più cosa fare.

Intanto bisogna dire che riconoscere che il proprio caro ha un problema non è certamente facile e ancora meno facile è ammettere che non si è in grado di aiutarlo da soli.

Rivolgersi a uno psicologo può essere utile innanzitutto per inquadrare al meglio la situazione problematica. Lo psicologo non è un cacciatore di colpevoli, ma una persona in grado di poter mettere ordine e dare chiarezza in un momento particolare in cui i familiari, i fidanzati o gli amici, immersi in una situazione di caos, non intravedono altre vie d’uscita.

Inoltre spesso questi parenti e amici preoccupati, si ritrovano a “sospendere la loro vita” e ad impiegare la gran parte delle loro energie (pensieri, emozioni, azioni) a cercare un modo per aiutare il loro caro spesso col risultato opposto, inasprendo i rapporti ed alimentando quel circolo vizioso di resistenza all’aiuto.

Cosa si può fare se si notano dei comportamenti per così dire preoccupanti?

  1. Intanto non colpevolizzarsi per non essere in grado di aiutarlo.
  2. Poi, accettare che la persona che avrebbe bisogno di aiuto potrà cambiare e risolvere i suoi problemi solo se lo vuole lei stessa: uno dei principi cardine della psicoterapia è che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato.
  3. Infine, a volte può essere molto più utile e importante che chi si fa portatore della domanda di aiuto, aiuti in primis se stesso ad uscire dalla sensazione di ansia e impotenza e dal disagio di essere alla mercè degli stati d’animo del proprio caro, cercando per se stesso un sostegno psicologico.

 

Dott.ssa Alessia Savi

Psicologa -Psicoterapeuta

 

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